4. La ripresa del commercio europeo: la tesi di Pirenne.

   Da: H. Pirenne, Storia d'Europa dalle invasioni al sedicesimo
secolo, Sansoni, Firenze, 1978

 In questo brano, nel quale egli narra a tratti essenziali
l'espansione militare e commerciale delle repubbliche marinare
italiane nel Mediterraneo, lo storico belga Henri Pirenne
ribadisce la sua tesi sulla rivoluzione commerciale europea: fu
l'arretramento arabo davanti alla spinta cristiana ad aprire
enormi possibilit di ricchezza a citt come Venezia, Genova e
Pisa, sulle cui tracce si avventurarono progressivamente altri
porti come Marsiglia e Barcellona. Siamo ben lontani dall'ipotesi
del francese Jacques Le Goff sull'espansione commerciale europea,
in base alla quale fu il decollo demografico e lo sviluppo
dell'agricoltura a produrre in Europa un processo di sviluppo,
prima lento, poi inarrestabile. Ma siamo lontani anche da altre
teorie, tendenti a considerare l'apporto arabo non un ostacolo,
bens un fattore determinante dell'emancipazione culturale ed
economica dell'Occidente.


   L'organizzazione economica, che si impose all'Europa nel corso
dell'epoca carolingia e che vi si conserv nei suoi tratti
essenziali fino alla fine dell'XI secolo, era come si  visto
puramente agricola. Non soltanto essa non conosceva il commercio,
ma si pu dire che, nel regolare la produzione secondo i bisogni
dei produttori, escludeva anche la possibilit di ogni attivit
commerciale professionale. La ricerca e perfino l'idea del
guadagno gli erano estranee. Il lavoro della terra serviva ad
assicurare l'esistenza delle famiglie; non si cercava di far
produrre al suolo un sovrappi di cui non si sarebbe saputo che
fare.
   Non  pero da dire che allora non esistesse alcuna specie di
scambio. Ogni grande possesso fondiario aveva un bel cercare di
produrre tutto ci che gli era necessario; gli era non di meno
impossibile fare a meno completamente di ogni importazione. Nei
paesi nordici il vino doveva essere necessariamente importato
dalle regioni meridionali. La penuria locale di viveri era poi
frequente e, in caso di carestia,  la provincia affamata si
sforzava di trovare qualche risorsa nelle province vicine. C'erano
inoltre,  di tanto in tanto, dei piccoli mercati  settimanali
destinati a venire incontro ai bisogni della popolazione dei
dintorni. Ma tutto ci non aveva che un'importanza del tutto
accessoria. Si faceva del commercio in determinate occasioni, non
professionalmente. Non esisteva una classe di mercanti, come non
esisteva una classe di industriali. L'industria si limitava a
pochi artigiani indispensabili. Servi che lavoravano nella corte
dominicale per i bisogni del grande possesso fondiario, carrai
sparsi nei villaggi, tessitori di lino o di lana, che producevano
per il consumo familiare. In certe regioni, come sulla costa delle
Fiandre, la qualit della lana e la tradizione dei processi
tecnici romani davano per risultato una qualit superiore alle
stoffe dei tessitori locali e le facevano ricercare nelle contrade
vicine. Era una specialit, come lo erano le buone pietre ed i
begli alberi per le costruzioni. Ne derivava perci sui fiumi un
piccolo movimento di battelli, di cui si servivano anche i
viaggiatori ed i pellegrini. Dei piccoli porti nel nord della
Francia e nei Paesi Bassi servivano ai rari viaggiatori che
venivano dall'Inghilterra o vi si recavano. Ma se tutto ci non
fosse esistito, niente di essenziale sarebbe mutato nell'ordine
delle cose. I rudimenti di vita commerciale conosciuti all'epoca
carolingia non rispondevano ad alcun bisogno permanente, ad alcuna
necessit primordiale. La miglior prova che le cose stessero cos
 la sorte subita dall'unificazione dei pesi, delle misure e delle
monete stabilita da Carlo Magno. Alla fine del nono secolo la
diversit ha preso il posto dell'unit. Ogni territorio ha i suoi
pesi, le sue misure e le sue monete. Questo regresso non avrebbe
potuto compiersi se il commercio avesse avuto qualche importanza.
Ma se questo succedeva nell'Impero carolingio, lo stesso fenomeno
non si verificava nei due soli paesi dell'Europa occidentale che
ancora appartenevano all'Impero bizantino: Venezia e l'Italia
meridionale. I porti della Campania, delle Puglie, della Calabria
e della Sicilia continuavano ad avere relazioni regolari con
Costantinopoli. La grande citt esercitava fino ad essi la sua
attrazione. Bari, Taranto, Amalfi e, fino a quando la Sicilia non
fu conquistata dai Musulmani, Messina, Palermo e Siracusa
inviavano regolarmente verso il Corno d'Oro i loro battelli
carichi di grano e di vino e ne riportavano i prodotti delle
manifatture orientali. Il loro commercio non tard ad essere
superato da quello di Venezia. Fondata sulle lagune da fuggiaschi
all'epoca delle invasioni longobarde, rifugio dei patriarchi
d'Aquileia, la citt non fu da principio che un agglomerato di
piccole isole, separate le une dalle altre da bracci di mare, di
cui la principale era quella di Rialto. Tutto questo insieme prese
il nome di Venezia, che era stato fino ad allora quello della
costa. L'arrivo delle reliquie di S. Marco da Alessandria,
nell'826, le dette un patrono nazionale. La pesca ed il
raffinamento del sale marino furono da principio le pi importanti
risorse degli abitanti. Il suo mercato non fu naturalmente la
vicina Italia che, paralizzata dalla sua organizzazione agricola e
dominicale [signorile: da dominus, signore], non aveva bisogni, ma
la lontana e divoratrice Bisanzio. E niente prova il contrasto
delle due civilt meglio di questa tendenza di Venezia verso
l'Oriente. I progressi dell'Islm nel Mediterraneo, limitando il
numero dei porti che alimentavano la grande citt,  furono
vantaggiosi per i marinai delle lagune. Il loro commercio super
ben presto, sulle rive del Bosforo, quello di tutti i concorrenti.
La loro citt senza terre, e unicamente diretta verso il mare,
riport nel mondo qualche cosa che ricorda l'antica Tiro [citt
fenicia, famosa per i commerci]. Con la ricchezza essa guadagn
l'indipendenza, scosse da s, senza fratture, la dominazione
bizantina, e costitu sotto un doge [da dux, duca: importante
magistratura romana e bizantina] una repubblica mercantile di un
tipo unico al mondo. Essa ebbe, dopo il decimo secolo, una
politica diretta esclusivamente dall'interesse commerciale. Ci si
pu fare un'idea della sua ricchezza dalla sua forza. La
navigazione gli imponeva il dominio dell'Adriatico, molestato da
pirati dalmati. Nel 1000 il doge Pietro secondo Orseolo (991-1009)
conquist la costa da Ragusa a Venezia e prese il titolo di duca
della Dalmazia. Essa non poteva permettere che i Normanni, dopo la
conquista dell'Italia meridionale, si stabilissero sulla costa
greca. Cos la flotta cooper con l'imperatore Alessio [Alessio
primo Comneno, 1081-1118] a scacciare Roberto il Guiscardo da
Durazzo. Essa seppe d'altronde farsi largamente pagare la sua
collaborazione. Nel 1082 i Veneziani ebbero il privilegio di
vendere e di comprare in tutto l'Impero bizantino senza pagare
diritti, ed ottennero come residenza un quartiere speciale a
Costantinopoli. Animati solo da spirito commerciale, essi non
esitano ad entrare in rapporti con i nemici. Ma gi a quell'epoca
i loro vascelli  incontravano nel Mediterraneo orientale dei nuovi
concorrenti. I Pisani ed i Genovesi avevano cominciato, nel corso
del decimo secolo, a combattere nel mar Tirreno i pirati
musulmani. Essi avevano finito coll'impadronirsi della Corsica e
della Sardegna, ed i Pisani, dopo aver combattuto sulle coste
della Sicilia, ardivano, gi a met dell'XI secolo, violare quelle
dell'Africa. Mentre i Veneziani furono mercanti fin dall'inizio,
Pisani e Genovesi fanno piuttosto pensare ai cristiani della
Spagna. Come loro si consacrano con passione alla guerra contro
l'infedele, guerra santa, ma anche guerra vantaggiosa, poich
l'infedele  ricco ed offre largo bottino. Il sentimento religioso
e la fame di guadagno si confondono in loro in uno stesso spirito
di iniziativa, di cui si ritrova una curiosa ed energica
espressione nelle loro antiche cronache. Grazie ai successi essi
si fanno pi arditi e finiscono per andare al di l dello stretto
di Messina e per fare la corsa nell'arcipelago. Ma i Veneziani si
interessavano assai poco al conflitto della Croce e della
Mezzaluna. Essi volevano riservarsi il mercato di Costantinopoli e
la navigazione del Levante. E le loro flotte non esitarono neppure
ad assalire i navigli pisani che approvvigionavano i crociati.
   Era impossibile, dopo l'insediamento dei cristiani in
Palestina, di persistere in tale atteggiamento. Volentieri o no,
occorreva permettere ai battelli di Pisa e di Genova di
collaborare al traffico marittimo tra gli Stati crociati della
costa siriaca e l'Occidente. Il trasporto continuo dei pellegrini,
dei rinforzi militari, dei viveri e degli approvvigionamenti di
ogni specie fece di questa navigazione una sorgente cos ricca di
profitti, che lo spirito religioso, che aveva in un primo tempo
animato i marinai delle due citt, si subordin allo spirito
commerciale. Ben presto non fu pi solamente verso i porti
cristiani, ma anche verso i porti musulmani che si dirigevano  i
velieri. Dopo il dodicesimo secolo frequentano assiduamente
Cairuan, Tunisi, Alessandria. I Pisani nel 1111 ed i Genovesi nel
1155 ottengono privilegi commerciali a Costantinopoli. Colonie
veneziane, pisane, genovesi si stabiliscono nei centri commerciali
del Levante raggruppate ciascuna sotto la giurisdizione di consoli
nazionali. Ed il movimento non manca di diventare a poco a poco
maggiore. Marsiglia e Barcellona si muovono a loro volta; i
Provenzali e i Catalani si avventurano sulle vie aperte dagli
Italiani. Dopo la fine dell'XI secolo si pu dire che il
Mediterraneo sia riconquistato alla navigazione cristiana. Se i
Musulmani e i Bizantini fanno il cabotaggio [traffico marittimo
costiero con piccole e medie imbarcazioni] sulle loro coste, la
navigazione di lungo corso  tutta nelle mani degli Occidentali. I
loro navigli sono da per tutto nei porti dell'Asia e dell'Africa,
mentre non si vedono navi greche o musulmane nei porti
dell'Italia, della Catalogna e della Provenza. [...].
   Non si pu dire che il Mediterraneo sia ritornato come
nell'antichit un lago europeo. Ma non  pi una barriera per
l'Europa. Esso  di nuovo la grande via che lo mette in contatto
con l'Oriente. Tutto il suo commercio si dirige verso il Levante.
Le carovane che da Baghdad e dalla Cina avviano le spezie e la
seta verso le coste della Siria, terminano ora i loro viaggi in
prossimit dei battelli cristiani che attendono agli scali.
  .
